EDITORIALE
Buon anno scolastico.
15.09.2008 di Antonio Boccia
Tra mille polemiche è ripartito il treno della scuola. Si torna tra i banchi, nelle aule, dietro le cattedre. Mai come quest’anno, si è riusciti a distrarre l’opinione pubblica dall’attenzione verso gli studenti, dalla responsabilità di chi gestisce la scuola a renderla strumentale alle esigenze di chi la frequenta per crescere, conoscere, istruirsi. Le polemiche successive alla decisione del Ministro Gelmini di ritornare alla figura del maestro unico hanno confermato che, grazie a chi la compone (docenti e sindacati su tutti), la scuola di oggi somiglia sempre di più a un vuoto contenitore di posti di lavoro, nel quale si lamentano i precari perché ci stanno male e i pretendenti diritto perché non riescono ad entrarci.
Abolire il modulo significa mandare in mezzo alla strada un terzo dei docenti della Fascia Primaria? Non è vero (magari lo fosse, visti i dati che annualmente ribadiscono i pessimi risultati degli studenti italiani). Significa semplicemente mettere l’alunno al centro delle attenzioni di chi la Scuola, appunto, ha il dovere di immaginarla prima ancora di gestirla. Intanto, gli insegnanti che ci sono lavorano male e guadagnano peggio. Un poco a tutti non accontenta nessuno, soprattutto nuoce al vero soggetto dell’istruzione, ovvero all’alunno.
Io sono per il maestro unico, ma con la serenità di un confronto che nasca e finisca sui sentieri pedagogici di un percorso educativo da plasmare. Divento intollerante quando la discussione si sposta sulla necessità di mantenere i posti di lavoro per quei maestri e quelle maestre che rimarrebbero disoccupati. Soprattutto agli scolari più piccoli, uno Stato che si rispetti – e l’Italia ha il dovere di tornare ad esserlo – deve assicurare la migliore istruzione possibile, non la più utile o quella più conveniente. E i bambini devono apprendere sorridendo, non subendo le frustrazioni di un corpo docente mal pagato o di un modulo di insegnanti che, inevitabilmente, finisce col giocare a scaricabarile. Il maestro unico è prima di tutto un’impareggiabile assunzione di responsabilità della Scuola italiana verso il futuro, nei confronti della scolaresca che cresce e delle generazioni che si rinnovano. C’è bisogno di coraggio per cambiare le cattive abitudini e la Gelmini sta dimostrando di averne: lasciamola lavorare in pace.
L’idea dello sciopero non mi è mai piaciuta, ma è allarmante notare che gli studenti di oggi non scioperano più, tanto è poco, evidentemente, ciò che fanno in classe. Chi sciopera invece? Il corpo docente. Cioè, per intenderci, del sistema scolastico si lamenta proprio chi lo dovrebbe portare avanti. Vorrei raccontare a chi non conosce la realtà italiana che gli insegnanti si lamentano per la condizione fatiscente degli edifici in cui sono costretti a fare lezione, per la precarietà o la totale inesistenza delle strutture sportive, per l’impossibilità di seguire bene una classe composta da quasi trenta studenti o per i doppi turni di alcuni istituti. Invece, purtroppo, l’Italia se non va a scuola è perché gli insegnanti hanno paura di perdere quel poco che guadagnano. Ma poco rispetto a cosa? Se la rivendicazione nasce dalla consapevolezza di far bene il proprio dovere e, soprattutto, renderlo utile ai propri discepoli, si dia tempo alla Gelmini di ridisegnare il mondo della scuola. Se, come invece temo, il soggetto della protesta è lo stipendio a fine mese a prescindere da tutto, allora le nuove generazioni sono condannate a sapere meno di noi trentenni che, comunque, sappiamo già molto meno delle generazioni precedenti. In proporzione, con i mezzi di cui disponiamo, siamo ignoranti rispetto a coloro che sono stati nostri insegnanti.
Oggi che non è più l’unico strumento per la conoscenza, la Scuola funziona male. Arriva tardi e, purtroppo, non ha i presupposti per assistere l’alunno nella sua crescita: non per incapacità; semplicemente, perché distratta. Ora, una donna nata dopo il “settanta”, ancora fresca di studi e molto vicina all’età degli studenti, sta provando a creare un nuovo modello, ripartendo proprio dalla base, da quella “scuola elementare” il cui maestro di una volta era il più colto del paese.
Poi si occuperà del Superiore, distinguendo finalmente la Scuola del “fare” da quella del “sapere”, per una migliore qualità generale. Per ora, indossiamo il grembiule anche noi che tra i banchi non ci siamo più ed impariamo a pensare di nuovo all’alunno ogni volta che parliamo di scuola.
Buon anno scolastico a tutti, specialmente agli studenti dell’Isef e, in maniera più personale, a quegli “iseffini” dell’Under 18 che per meriti sportivi hanno conquistato la borsa di studio per frequentare la scuola dell’Isef e rappresentarla sui campi di calcio a 5.
Sarà un anno difficile, per tutti…ma essere sempre pronti a ripartire è già un buon inizio.